Padova
1. La Città
Una leggenda narra che Padova fu fondata da Antenore, in fuga da Troia in fiamme.
Risale intorno al XII secolo a.C., di un primo insediamento urbano chiamato a quel tempo "Medoacus". Nel III secolo a.C. Padova sconfigge i Galli Cisalpini, diviene alleata di Roma.
Intorno al 50 a.C. la città possiede autonomia amministrativa, ha lo stato di jus romano e poi quello di Municipium.
Le sue fortificazioni naturali sono le anse del fiume, è collegata al contado tramite il graticolato delle strade, è unita al mare attraverso i canali.
Le più importanti costruzioni di età romana sono il teatro e l'anfiteatro di cui restano tracce lungo il Corso del Popolo ed al cui interno è situata la Cappella degli Scrovegni.
Padova è seconda solo a Roma in ricchezza e bellezza, dal III-IV sec. decade a causa delle irruzioni di Visigoti, Svevi e Vandali, di Unni e Longobardi. Nel 589 il fiume Brenta tracima, il suo corso devia e il Bacchiglione ne occupa il sito. La popolazione fugge e nel 602 la Padova è rasa al suolo dai Longobardi dopo un assedio di tredici anni.
La ripresa è lenta e faticosa e si dovrà attendere il XII sec. perché Padova diventi un libero comune.
I monaci benedettini iniziarono dall'VIII sec. una bonifica, eressero un monastero, innalzano mulini, risanarono il terreno.
Padova ritrova ricchezza, vive un periodo di fervore culturale: viene fondata un'università e la scena artistica ècondizionata ispirata da Giotto A cui è affidata la decorazione della Cappella degli Scrovegni. Nel 1405 una rivolta popolare consegna la città a Venezia, ma Padova conserva il primato artistico con Andrea Mantegna e Donatello. Nel 1545 nasce in città l'Orto Botanico più antico d'Europa. Sul finire del secolo l'università vive la stagione di Galileo Galilei, viene edificato il Teatro Anatomico.
La caduta di Venezia, nel 1796, conduce alla dominazione francese e a quella austriaca, Padova è saccheggiata, ma la dominazione si conclude con l'annessione al Regno d'Italia, nel 1866.
Negli ultimi decenni Padova ha conosciuto sconvolgimenti urbanistici a causa della guerra e di interventi su interi quartieri per far sorgere moderni grattacieli.
2. Sant'Antonio di Padova
Fernando Martim de Bulhões e Taveira Azevedo fu un frate francescano portoghese(Lisbona, 15 agosto 1195 - Padova, 13
giugno
1231), canonizzato dalla Chiesa Cattolica come sant’Antonio di Padova (in portoghese Santo António de Lisboa) e, più
recentemente, proclamato Dottore della Chiesa. Prima monaco agostiniano a
Coimbra (1210), poi (1220) francescano, viaggiò molto vivendo prima in
Portogallo quindi in Italia e in Francia.Nel 1221 si recò al Capitolo Generale ad Assisi dove vide di persona San Francesco. Professore di teologia e valente predicatore, fu inviato da San Francesco d'Assisi a combattere l'eresia catara in Francia. Fu trasferito poi a Bologna e quindi a Padova. Morì all'età di 36 anni. Definito da molti cattolici come Taumaturgo cioé autore di prodigi, per la notevole mole di eventi miracolosi a lui ascritti sin dai primi tempi dopo la sua morte e fino ad oggi.
Gli anni in cui visse Antonio di Padova si collocano nel cuore del Medioevo.
Tutta l'Europa era scossa da profondi cambiamenti: la nascita della società urbana e dei Comuni; l'aumento della produzione agricola e la conseguente maggior mobilità delle persone e ripresa dei commerci fra campagna e città.
Artigiani e commercianti, notai e medici, mercanti e banchieri s'apprestavano a dar vita ad una nuova classe sociale: la borghesia, che andava ad aggiungersi ai cavalieri, al clero e ai nobili.
In questo quadro di grandi cambiamenti, la Chiesa visse mutamenti significativi:
Dell'infanzia di Antonio di Padova si conoscono poche cose
con certezza: il nome di battesimo Fernando, e la città natale Lisbona.
Già sulla data di nascita gli storici disputano, anche se la maggior parte
concorda per il 15 agosto 1195; l'anno di nascita è calcolato sottraendo dalla
data della morte, 13 giugno 1231, gli anni citati dal Liber miraculorum, scritto
verso la metà del Quattordicesimo secolo.
La biografia più antica fu
compilata da un frate anonimo nel 1232 sulla base di informazioni ricevute dal
vescovo Soeiro II Viegas, vescovo di Lisbona dal 1210 al 1232. Quest'opera, nota
come Vita prima o Assidua riporta le poche notizie a disposizione sui suoi primi
anni.
Antonio di Padova nacque dunque a Lisbona in
una nobile famiglia. Sua madre si chiamava Maria Taveira e suo padre
Martino Alfonso de' Buglioni, cavaliere del re e, secondo alcuni, discendente di
Goffredo di Buglione.
La residenza della nobile famiglia era nei pressi della
cattedrale di Lisbona, dove egli fu infatti battezzato con il nome di
Fernando.
Presso questo luogo egli ebbe la prima educazione spirituale dai
canonici della cattedrale. Si ritiene, ma è incerto, che il padre lo abbia
indirizzato al mestiere delle armi. Nel 1210 a quindici anni, egli invece decise
di entrare a far parte degli Agostiniani dell'Abbazia di San Vincenzo di
Lisbona.
Rimase nel convento di San Vincenzo di Lisbona per circa
due anni. Poi, volendo un maggiore raccoglimento, ostacolato dalle
frequenti visite di amici e parenti, chiese ed ottenne il trasferimento presso
il convento di Santa Croce a Coimbra, città allora capitale del Portogallo e
distante 230 km da Lisbona.
A Coimbra il giovane agostiniano giunse quindi
nel 1212 all'età di circa 17 anni. Il convento era grande ed aveva una
settantina di monaci.
Vi rimase per circa 8 anni e qui ebbe la sua principale
formazione culturale e spirituale. Qui divenne sacerdote ed essendo versato
nelle Sacre Scritture e nella predicazione, gli si prospettò una carriera
all'interno dell'Ordine, ma due avvenimenti contribuirono a scrivere una storia
diversa.
Alfonso I ci è tramandato come un re devoto; i
suoi successori, tuttavia, tesero a intromettersi nelle decisioni ecclesiastiche
a vari livelli decisionali.
Al re Alfonso I succedette, sul trono del
Portogallo, il figlio Sancho I ed alla morte di questi (1211) il nipote Alfonso
II.
Alfonso II nominò come priore di Santa Croce una persona che potesse
supportare la nuova linea politica e che mostrò scarsissimo interesse per la
vita ascetica e ancor più scarsa capacità di gestire il monastero: dilapidò in
breve tempo, infatti, le sostanze del ricchissimo monastero con uno stile di
vita dissoluto.
Le sue gesta scandalizzarono la comunità e fu raggiunto
persino dalla scomunica di papa Onorio III. Se ne poté, tuttavia, disinteressare
grazie alla distanza da Roma ed all'appoggio del re. A poco a poco la comunità
monastica di Coimbra finì per spaccarsi in due correnti: da una parte i
sostenitori del nuovo priore, dall'altra coloro che desideravano condurre un
vita sobria e dedicata alla contemplazione di Dio.
Tra questi anche Fernando,
che aveva ottenuto di trasferirsi a Coimbra proprio per questo
motivo.
Nel 1219 San
Francesco approntò una spedizione missionaria alla
volta del Marocco, con l'intento di convertire i musulmani d'Africa.
I membri
della spedizione, i tre sacerdoti Berardo, Pietro ed Ottone e i due fratelli
laici, Adiuto e Accursio, forse transitarono anche a Coimbra e fecero una forte
impressione su Fernando. Giunti in Africa, i cinque furono uccisi per
decapitazione poco dopo il loro inizio di evangelizzazione. I loro corpi furono
riportati a Coimbra pochi mesi dopo. Antonio riferì che il loro martirio
costituì per lui la spinta decisiva all'ingresso nell'ordine Francescano nel
settembre 1220.
Quindi la missione e la totale disponibilità fino alla morte,
furono probabilmente le spinte interiori che lo portarono al francescanesimo.
Egli volendo sottolineare maggiormente questo deciso mutamento di vita, preferì
cambiare il suo nome di battesimo: da Fernando in Antonio, in onore del monaco
orientale a cui era dedicato il romitorio di Olivares dove vivevano i primi
francescani portoghesi. Non appena ebbe superato le opposizioni dei confratelli
Agostiniani, si unì ai Francescani e di lì a poco chiese a Giovanni Parenti, suo
superiore, il permesso di partire come missionario. Nell'autunno del 1220
s'imbarcò con un confratello, Filippino di Castiglia, alla volta del
Marocco.
Giunto in Africa, contrasse una non meglio specificata
malattia tropicale e dopo alcuni mesi perdurando il male venne convinto
da Filippino a tornare a Coimbra.
I due frati si imbarcarono diretti verso la
Spagna, ma la nave si imbatté in una tempesta e fu spinta naufragando sulle
coste della Sicilia, nei pressi della città di Messina. Soccorsi dai pescatori,
i due vennero portati in un vicino convento francescano.
Qui Antonio apprese
che a maggio, in occasione della Pentecoste, San Francesco aveva radunato tutti i
suoi frati per il Capitolo Generale. L'invito a parteciparvi era esteso a tutti
e nella primavera del 1221 Antonio e i frati di Messina cominciarono a risalire
l'Italia a piedi.
Cominciò a
viaggiare per l'italia parecchi mesi. Per Antonio di Padova si rivelò un'occasione fondamentale, poiché aveva
conosciuto l'insegnamento di Francesco
d'Assisi solo attraverso le testimonianze di chi lo
aveva seguito.
Il capitolo, presieduto dal cardinale Antonio Capocci, ebbe
luogo nella valle attorno alla Porziuncola dove si raccolsero più di tremila
frati.
Il Capitolo durò per tutta l'Ottava di Pentecoste dal 30 maggio all'8
giugno 1221 e si analizzarono molti problemi: lo stato dell'Ordine, la richiesta
di novanta missionari per la Germania, la discussione sulla nuova Regola. Le
richieste di modifica della Regola primitiva furono per San Francesco un considerevole problema.
Lassisti e Spiritualisti rischiavano di spaccare l'Ordine in due
tronconi.
L'Ordine s'era troppo ingrandito e ai giovani accorsi con
entusiasmo mancava un'eguale adesione alla disciplina, mentre ai dotti
risultavano strette le disposizioni sulla povertà assoluta. Con la mediazione
del Cardinale si giunse ad un compromesso che cercava di salvaguardare ad un
tempo l'autorità morale di Francesco e
l'integrità dell'Ordine. La nuova Regola verrà poi approvata da Papa Onorio III
il 29 novembre 1223.
Quando quasi tutti erano ripartiti, Antonio
fu notato da Frate Graziano, che apprezzando soprattutto l'umiltà e la
profonda spiritualità di Antonio, decise di prenderlo con sé e lo assegnò
all'eremo di Montepaolo, vicino all'odierna Castrocaro.
Qui arrivò nel giugno
1221 con altri confratelli e vi rimase un anno dedicandosi ad una vita semplice,
a lavori umili, alla preghiera e alla penitenza. Nella seconda metà del 1222 la
comunità francescana scese a valle per assistere alle ordinazioni sacerdotali
nella cattedrale di Forlì.
Della predica di Antonio giunse notizia ai
superiori ad Assisi, che lo richiamarono alla
predicazione.
Scendendo da Montepaolo, cominciò il suo nuovo
incarico predicando nei villaggi e nelle città della Romagna allora
funestata da continue guerriglie civili, che sembrano endemiche in tale regione.
Diffusi erano gli scontri tra clan familiari e le vendette reciproche, e se non
bastasse l'eresia catara trovava ampio seguito. Antonio senza sosta vagava
esortando alla pace e alla mitezza.
Trattava con particolare rigore quelli
che chiamava "cani muti": i potenti e i notabili che avrebbero avuto l'incarico
di guidare e proteggere le popolazioni, ma di cui si disinteressavano per
inseguire il proprio tornaconto economico.
Con alle istanze
morali, Antonio si dedicò alla predicazione contro gli eterodossi, gli
«eretici». A quel tempo i movimenti considerati ereticali più importanti erano i
Catari (significa i puri), detti anche Albigesi, dal nome dalla città di Albi
nella Francia meridionale, e i patarini diffusi in Lombardia.
Tutti i
movimenti si caratterizzavano per un profondo desiderio di rinnovamento
spirituale, per una visione del Cristo come creatura più divina che umana, per
un'aperta ostilità nei confronti di tutto ciò che era materiale e terreno. In
tal senso l'ostilità verso la Chiesa, che esse identificavano prevalentemente
nel potere temporale del papa e nei preti corrotti, era estremamente
netta.
Il Francescanesimo stesso si iscrisse in questa corrente di
rinnovamento, collocandosi però fin dall'inizio all'interno della Chiesa per
modificarla dall'interno. In questa stessa corrente di rinnovamento
nell'ortodossia si colloca Antonio: la tradizione gli darà l'appellativo di
"martello degli eretici" ("malleus haereticorum"). Antonio constatò che la
riflessione teologica e antieretica era impossibile senza solide basi dottrinali
e insistette per ottenere, tra l'altro, la fondazione nel 1223 del primo
studentato teologico francescano a Bologna, presso il convento di Santa Maria
della Pugliola.
L'operato di Antonio contribuì a cambiare il
volto del Francescanesimo che in quegli anni si costruiva una regola e
un'identità. Ricevette l'incarico di predicare nell'autunno del 1222 e il
territorio affidatogli comprendeva, oltre alla Romagna, l'Emilia, la Marca
Trevigiana, la Lombardia e la Liguria.
Quando papa Onorio III chiese a San Francesco di Assisi di
inviare qualcuno dei suoi come missionario nella Francia meridionale per
convertire i catari e gli albigesi, questi inviò Antonio.
In
terra francese, Antonio giunse nel tardo autunno del 1224 e rimase un
paio d'anni, fino alla morte di Francesco. La Provenza, la Linguadoca, la
Guascogna sono le regioni dove maggiormente predicò, poiché ad Arles,
Montpellier e Tolosa l'influenza degli eterodossi era più forte.
L'itinerario
di Antonio in Francia è incerto. Si sa che nel novembre del 1225 partecipò al
Sinodo di Bourges, convocato dal primate d'Aquitania per valutare la situazione
della Chiesa francese e per pacificare le regioni meridionali. All'arcivescovo
Simone de Sully, che si lamentava degli eretici, Antonio, invitato quel giorno a
predicare, disse: «Adesso ho da dire una parola a te, che siedi mitrato in
questa cattedrale... L'esempio della vita dev'essere l'arma di persuasione;
getta la rete con successo solo chi vive secondo ciò che insegna...».
Lo
stesso Arcivescovo, riportano le cronache, chiese ad Antonio che lo confessasse
per trovare la forza di mettere in pratica ciò che gli aveva ricordato. Il
Provinciale della Provenza, Giovanni Bonelli da Firenze, lo nominò prima
Guardiano del convento di Le Puy-en-Velay e poi Custode, cioè superiore, di un
gruppo di conventi attorno a Limoges.
Qui, vicino a Brive, Antonio trovò una
grotta che gli ricordava gli anni passati nel romitorio di Montepaolo, e lì
«amava ritirarsi, da solo, in una grande austerità di vita, applicandosi alla
contemplazione e alla preghiera.» Le agiografie riportano numerosi miracoli e
fatti inspiegabili attribuiti ad Antonio, il più celebre è quello della
bilocazione di Montpellier, durante la quale sarebbe apparso a predicare in due
luoghi diversi. L'esperienza francese si concluse presto: il 3 ottobre 1226, in
una cella della Porziuncola morì a 44 anni San Francesco d'Assisi.
Frate Elia, vicario generale dell'Ordine, fissò
per la Pentecoste dell'anno seguente il Capitolo Generale per la nomina del
successore, estendendo l'invito anche ad Antonio di Padova, superiore dei conventi di
Limoges.
Le fonti sono incerte sul viaggio di Antonio dalla Francia a
Padova: un'antica tradizione riporta che
imbarcatosi per mare naufragò nuovamente in Sicilia, dove sono conservate
numerose reliquie attribuitegli.
Raggiunse Assisi il 30
maggio 1227, festa di Pentecoste e giorno d'apertura del Capitolo Generale, che
doveva eleggere il successore di Francesco. Molti prevedevano che il Capitolo
eleggesse Elia, il vicario generale di Francesco e suo compagno di missione in
Oriente. Le cronache riportano che Elia fosse geniale organizzatore ma di
temperamento piuttosto focoso.
I superiori dell'Ordine gli preferirono il più
prudente fra Giovanni Parenti, ex magistrato, nativo di Civita Castellana e
Provinciale della Spagna. Questi, che aveva accolto Antonio di Padova nell'Ordine anni prima, lo nominò ministro
provinciale per l'Italia settentrionale; in pratica, la seconda carica per
importanza dopo la sua. Antonio aveva 32 anni. I successivi quattro, gli ultimi
della sua vita, saranno i più importanti per la sua eredità
spirituale.
Sembra che Antonio sapesse far convivere grande
rigore e dolcezza d'animo. Riporta la Benignitas: «Resse con lode per
più anni il servizio dei frati, e sebbene per eloquenza e dottrina si può dire
superasse ogni uomo d'Italia, tuttavia nell'ufficio di prelato si mostrava
cortese in modo mirabile e governava i suoi frati con clemenza e benignità.»
Giovanni Rigauld, suo biografo francese, dirà che nonostante la carica di
Guardiano: «non sembrava affatto superiore, ma compagno dei frati; voleva essere
considerato uno di loro, anzi inferiore a tutti.
A differenza di quanto
accadeva in altri contesti religiosi, la Regola francescana imponeva ai Ministri
Provinciali di visitare i conventi e i religiosi affidati alle loro
cure.
La provincia di Padova allora ricopriva un
ampio territorio. Accompagnato dal giovane padovano Luca Belludi,
cominciò dall'estremità orientale, da Trieste: di lì sconfinò in Istria e
Dalmazia. Nuovi conventi vennero fondati a Pola, Muggia e Parenzo; rientrato in
Friuli, passò per Udine, Cividale, Gorizia, Gemona. Da lì a Conegliano, Treviso,
Venezia
per poi tornare a Padova, prima di proseguire per i conventi dell'Emilia,
della Lombardia e della Liguria.
Nella quaresima del 1228 Antonio
rientrò a Padova dove coltivò legami
e relazioni anche con gli esponenti di altri ordini. Divenne amico del
superiore dei benedettini, l'abate Giordano Forzatè, e del conte Tiso di
Camposampiero, facoltoso e generoso verso i francescani.
Nel giardino dei
conti Papafava e dei Carraresi la tradizione colloca la pietra sulla quale
Antonio saliva per predicare. Tra le persone conosciute e più fidate Antonio
fondò una sorta di confraternita, così com'era in uso nel medioevo. Dal nome
della chiesa di Santa Maria della Colomba, dov'erano soliti ritrovarsi, presero
il nome di "Colombini".
Avevano per divisa un saio grigio e si dedicavano ad
opere caritative. Antonio soggiornò a Padova per pochi mesi, ma decise, una volta scaduto il
mandato di Ministro Provinciale nel 1230, di tornarvi definitivamente. Nei
Sermoni tracciò il profilo del superiore che deve «eccellere per purezza di
vita», avere «larga cognizione delle Sacre Scritture», possedere doti di
eloquenza, disciplina e fermezza.
Durante il mandato di Superiore
nel Nord Italia, lasciò la Provincia due volte, nel 1228 e nel 1230:
entrambe le volte – per diversi mesi – le mete furono Roma e
Assisi.
A marzo 1228 il Ministro Generale, fra Giovanni
Parenti, lo mandò a chiamare «per un'urgente necessità della sua famiglia
religiosa»: si era nuovamente infiammata la disputa tra l'ala conservatrice e
quella riformatrice dell'Ordine ed era necessario trovare un accordo che
salvaguardasse tanto l'unità dell'ordine quanto l'integrità del messaggio di Francesco.
Antonio fu scelto anche in
virtù del suo passato: s'era battuto per aprire ai frati la via dello studio, ma
aveva saputo mantenere viva la povertà francescana. Dava ampie garanzie
d'imparzialità ad entrambi gli schieramenti contrapposti di un ordine che si era
ingigantito in pochissimi anni e non poteva più trovare conforto nella guida di
San Francesco.
Vanno inoltre ricordate
le difficoltà logistiche legate al governo di decine di migliaia di frati
disseminati per tutta l'Europa in un tempo dove la maggior parte dei viaggi
veniva intrapresa a piedi, su strade insicure e dove i mezzi di comunicazione
erano pressoché inesistenti. La vertenza gravava attorno a punti diversi: c'era
chi spingeva ad un maggior impegno negli studi, privilegiando il frate sacerdote
a discapito del frate laico. Altri volevano mitigare la rigida povertà di San Francesco con una regolamentazione più
consona ad una comunità che da "girovaga" stava trasformandosi in
"residenziale".
La questione aveva ormai raggiunto posizioni radicali e
apertamente polemiche trasformandosi in uno sgradevole: o con Francesco o contro Francesco. L'Ordine decise che la disputa
aveva travalicato la sua stessa autorità e che era giunto il momento di
sottoporre la questione al Papa. Antonio venne incaricato in tutta fretta di
prepararsi ad andare a Roma e sottoporre a papa Gregorio IX i termini della
questione.
Le cronache non riportano particolari di come portò a
termine il suo incarico, tuttavia pare che a papa Gregorio IX il
giovane frate piacque molto e anziché congedarlo, lo trattenne con sé per
predicare a lui e ai cardinali le meditazioni quaresimali. Quelle prediche
furono un tale successo che l'ottuagenario Pontefice, rompendo ogni protocollo,
lo chiamò «arca del Testamento», «peritissimo esegeta», «esimio
teologo».
Quattro anni più tardi, canonizzandolo, ricorderà quei giorni di
quaresima: «personalmente sperimentammo la santità e l'ammirevole vita di lui,
quando ebbe a dimorare con grande lode presso di noi.» L'impressione fu molto
forte anche tra i cardinali e i prelati di curia, i quali – scrive ancora
l'Assidua – «l'ascoltarono con devozione ardentissima» e qualcuno di loro lo
invitò a predicare al popolo.
Erano i giorni della Settimana Santa e a Roma
confluivano pellegrini da ogni parte. Antonio, sebbene conoscesse alcune di
quelle lingue, iniziò a predicare nella volgata del popolo di Roma.
Da lì a pochi mesi Antonio ebbe modo di incontrarsi
nuovamente con il Pontefice, che giunse in Assisi per
canonizzare Francesco, dichiararlo santo
e benedire la prima pietra della Basilica dove avrebbe riposato il suo
corpo.
La basilica di cui Gregorio IX aveva benedetto la prima
pietra venne completata in due anni. L'ordine scelse la Pentecoste per
fissare il Capitolo Generale e per traslare il corpo di San Francesco dalla Chiesa di San Giorgio
alla cripta del nuovo edificio.
La basilica venne inaugurata il 25 giugno.
Ancora una volta i frati erano accorsi a migliaia da ogni parte d'Europa, e con
loro sfilarono in processione autorità di ogni grado, prelati, vescovi e i tre
Cardinali Legati inviati per l'occasione da papa Gregorio. La folla fu tale che
travolse il servizio d'ordine e si temette per le spoglie di Francesco.
Frate Elia, si vide costretto
a sbarrare le porte e «mettere in salvo» il corpo sotto lastre di marmo. Lì
rimase, nonostante le critiche di cui Elia fu fatto oggetto per la decisione,
sino al 1818 quando Pio VII ne autorizzò la rimozione.
La folla
non gradì affatto la piega che gli avvenimenti avevano preso e la
situazione degenerò tristemente in una rissa collettiva, con grande scandalo e
maggiori proteste, che misero in imbarazzo l'Ordine Francescano giungendo sino
alle orecchie del Papa. Se nel periodo di costruzione della Basilica la disputa
interna all'Ordine si era sopita, con l'apertura del nuovo Capitolo si
riacutizzò. Il testamento di San
Francesco infatti ribadiva la necessità della povertà assoluta e una parte
dei Francescani voleva inserirlo come parte integrante della Regola
dell'Ordine.
Nell'impossibilità di dirimere la questione si decise di
nominare una commissione di sette frati per riportare a Gregorio IX la
questione. Antonio, chiamato a farne parte dovette partire nuovamente per Roma.
Gregorio IX prese la sua decisione da lì a pochi mesi, promulgando il 28
settembre la Bolla Quia elongati. Tornato ad Assisi, Antonio accusò diversi disturbi: chiese ed ottenne
d'essere sollevato dall'incarico di Ministro Provinciale. Si ritirò a Padova, dove gli succedette come Superiore il pisano fra
Alberto.
Terminò la stesura del secondo volume dei
Sermoni che gli era stato commissionato dal Cardinale Rinaldo Conti che
diverrà Alessandro IV. Privilegiò poi la predicazione e il confessionale; in
questo senso la quaresima del 1231 fu il suo testamento spirituale.
Il
linguaggio della sua predicazione, che in buona parte ci è stata tramandata, era
semplice e diretto: «La natura ci genera poveri, nudi si viene al mondo, nudi si
muore. È stata la malizia che ha creato i ricchi, e chi brama diventare ricco
inciampa nella trappola tesa dal demonio.»
Durante la
Quaresima del 1231, la sua predicazione fu una novità per quei
tempi; secondo l'Assidua gli venne assegnato un gruppo di guardie del
corpo, che formassero un cordone di sicurezza tra lui e la folla.
Il 15 marzo
1231 fu modificata la legge sui debiti: «su istanza del venerabile fratello il
beato Antonio, confessore dell'ordine dei frati minori» il podestà Stefano
Badoer stabilì che il debitore insolvibile senza colpa, una volta ceduti in
contropartita i propri beni, non venisse più imprigionato né
esiliato.
La Quaresima e la predicazione avevano fiaccato
Antonio, che in diverse occasioni aveva dovuto farsi portare a braccia
sul pulpito. Afflitto dall'idropisia e dall'asma tanto da non poter più
camminare, acconsentì a ritirarsi per una convalescenza nel convento di Santa
Maria Mater Domini.
Il suo riposo, tuttavia, si dovette bruscamente
interrompere. Spadroneggiava a quel tempo, tra Verona e Vicenza, Ezzelino III da
Romano, emissario dell'imperatore Federico II contro i liberi Comuni. Riuscito a
farsi eleggere Podestà di Verona, città guidata dai conti di Sambonifacio, aveva
intrecciato con loro un doppio matrimonio: lui con Zilia, sorella del conte
Rizzardo, e questi con sua sorella Cunizza.
Una volta ottenuto il potere,
passò sopra i legami di parentela e ruppe l'alleanza con i Sambonifacio,
mandando in carcere il cognato. Alcuni cavalieri del conte Rizzardo ripararono a
Padova e da lì cercarono di organizzarne la liberazione.
Verso la fine di maggio Antonio partì alla volta di Verona, per ottenere da
Ezzelino la grazia per il conte Rizzardo; non riuscì ad ottenere
nulla.
Ezzelino fu irremovibile, anzi risparmiò ad Antonio la sorte del conte
Rizzardo soltanto per rispetto dell'abito che portava. Il 13 giugno 1231 si
sentì mancare e, compreso che non gli restava molto da vivere, chiese d'essere
riportato a Padova dove desiderava morire. Fu riportato verso Padova su un carro agricolo trainato da buoi (i venti
chilometri della strada romana oggi sono chiamati via "del Santo"). In vista
delle mura la comitiva incontrò frate Vinotto che, viste le condizioni del
moribondo, consigliò di fermarsi all'Arcella, nell'ospizio accanto al monastero
delle Clarisse dove sarebbe stato al sicuro dalle "sante intemperanze" della
folla quando si fosse sparsa la notizia della morte.
I confratelli temevano
che la folla si precipitasse sul carro per toccare il corpo del Santo. Al
convento i confratelli adagiarono Antonio per terra. Ricevuta l'estrema unzione,
morì. Aveva 36 anni.
La notizia della morte d'Antonio si diffuse
rapidamente e quel che temeva padre Vinotto s'avverò. Le reliquie di un
Santo erano viste come portatrici, oltre che di vantaggi spirituali e miracoli,
di prosperità sicura in tempi di pellegrinaggi e di fede diffusa. Gli abitanti
di Capodiponte, nella cui giurisdizione si trovava Arcella, arrivarono per
primi: «Qui è morto e qui resta»; spalleggiati dalle clarisse: «Non lo abbiamo
potuto vedere da vivo, che ci resti almeno da morto».
L'indomani giunsero
all'Arcella i frati di Santa Maria Mater Domini per traslare la salma, ma furono
affrontati, armi in pugno, dagli uomini più giovani di Capodiponte. Ogni forma
di dialogo pacato risultò inutile, sicché i frati rientrarono a Padova dove si rivolsero al Vescovo. Questi, saputo che
Antonio aveva espresso precisa volontà di morire in città, nel suo convento,
diede loro ragione e incaricò il Podestà di sedare gli animi, anche con la
forza, se necessario. L'uso della forza non si rese necessario e il 17
giugno, all'Arcella, si svolse la cerimonia funebre.
La Chiesa
(con papa Gregorio IX) per la mole di miracoli attribuitagli, lo
canonizzò a un anno dalla morte. Pio XII, che nel 1946 ha annoverato
sant'Antonio tra i Dottori della Chiesa cattolica, gli ha dato il titolo di
Doctor Evangelicus, in quanto nei suoi scritti e nelle prediche che ci sono
giunte era solito sostenere le sue affermazioni con citazioni del
Vangelo.
Gli fu dedicata la grande Basilica di Padova; sia la basilica che Sant'Antonio vengono
comunemente chiamati in città "Il Santo". La sua data di nascita ci è stata
tramandata dalla tradizione, e la sua festa cade il 13 giugno (giorno della sua
morte); a Padova, in occasione della ricorrenza, si svolge
un'imponente celebrazione con processione.
Fin dal giorno dei
funerali la tomba di Antonio divenne meta di pellegrinaggi che durarono
per giorni. Devoti di ogni condizione sociale sfilavano davanti alla sua tomba
toccando il sarcofago e chiedendo miracoli, grazie e guarigioni.
A causa
della folla le autorità decisero di disciplinare il flusso e tutta Padova – si legge nell'Assidua –«nei giorni prefissati
veniva in processione a piedi nudi», anche di notte. In quel periodo furono
attribuiti alla sua intercessione molti miracoli e, «a furor di popolo», il
vescovo e il podestà li sottoposero al giudizio del papa.
Papa Gregorio IX,
che conosceva Antonio, avendo assistito alle sue prediche, accolse gli
ambasciatori padovani e nominò una commissione di periti, presieduta dal vescovo
di Padova, per raccogliere le testimonianze e le prove
documentarie utili al processo di canonizzazione.
Secondo l'Assidua la
commissione fu sommersa a Padova «da una gran folla, accorsa per deporre con le
prove della verità, di essere stata liberata da svariate sciagure grazie ai
meriti gloriosi del beato Antonio». Il Vescovo ascoltò «le deposizioni
confermate con giuramento», mise per iscritto i «miracoli» approvati e promosse
le indagini necessarie.
Completato l'esame diocesano, inviò al Papa una
seconda delegazione. A Roma l'istruttoria fu assegnata al cardinale Giovanni
d'Abbeville, che in pochi mesi esaurì il compito assegnatogli. Fu Gregorio IX
stesso che pose fine al processo quando tagliò ogni ritrosia rimasta fissando al
30 maggio, festa di Pentecoste, la cerimonia ufficiale di canonizzazione e che
inviò per questo una Bolla ai fedeli e al podestà di Padova. Nella Cattedrale di Spoleto, Gregorio IX ascoltò
la lettura dei cinquantatré miracoli approvati e, dopo il canto del Te Deum,
proclamò solennemente e ufficialmente santo frate Antonio, fissandone la festa
liturgica nel giorno anniversario della sua nascita in cielo, il 13 giugno.
I
fedeli poterono festeggiare Antonio come santo esattamente un anno dopo la sua
morte. Per l'afflusso di pellegrini che affluiva a Padova sulla tomba, si iniziò la costruzione di una chiesa
più capiente che fu terminata nel 1240. Nel 1263 il Ministro Generale dei
francescani, Bonaventura da Bagnoregio, fece traslare la salma di Antonio di Padova nella nuova basilica. Si narra che durante
l'ispezione prima del trasporto dei resti mortali, sarebbe stata rinvenuta la
lingua intatta e rosea come fosse viva. Ogni anno, ancora oggi, i frati
Antoniani in Padova ricordano quel ritrovamento.
Il
Santo è comunemente chiamato "Sant'Antonio da Padova", ma questa
denominazione non indica la sua originaria provenienza poiché egli era nato e
cresciuto nel Portogallo. Il suo nome viene affiancato alla città di Padova perché qui ha avuto luogo la sua attività più
significativa.
Tra l'altro è usanza che i frati prendano il nome di
provenienza dal convento a cui appartengono, quindi in questo senso è corretto
riferirsi a Sant'Antonio di Padova (nel senso di appartenenza) ma non da Padova. Soltanto in Portogallo egli è chiamato comunemente
Santo António de Lisboa, ovvero "Sant'Antonio da Lisbona", sua città natale.
3. La Cappella degli Scrovegni
La Cappella
degli Scrovegni di Padova ospita un celeberrimo ciclo di affreschi di Giotto
dei primi del XIV secolo, considerato uno dei capolavori dell'arte
occidentale.
Intitolata a Santa Maria della Carità, fu fatta costruire ed
affrescare tra il 1303 ed i primi mesi del 1306 - a beneficio della sua famiglia
e dell'intera popolazione padovana - da Arrigo (o Enrico) degli Scrovegni il
quale intendeva, con tale opera, redimere la fama del padre Reginaldo, noto
usuraio.
Giotto, dopo un soggiorno a Rimini, venne chiamato ad affrescare
la cappella, di fatto la prima opera sicura e datata di Giotto.
Le pareti
dell'oratorio sono lisce, senza nervature, perfette per la stesura di affreschi,
mentre il soffitto è coperto da una volta a botte; opposta all'entrata si apre
una parete con un coretto. Giotto stese gli affreschi su tutta la superficie,
organizzati in quattro fasce dove sono composti i pannelli con le storie vere e
proprie divisi da cornici geometriche.
In basso una fascia con finti
quadri marmorei e le rappresentazioni dei Vizi e virtù; poi due fasce
sovrapposte con Storie di Cristo, che da un lato sono intervallate dalle
finestre; nel registro più alto Storie della Vergine e Storie di San Gioacchino
e Sant'Anna; analoga divisione in fasce continua sulla parete sfondata dal
coretto, mentre su quella opposta (la controfacciata) è rappresentato in tutta
la grandezza il Giudizio Universale, che conclude la vicenda dell'umana
redenzione; chiude il tutto la volta con stelle su un cielo azzurro attraversato
da una fascia centrale con busti di Profeti con al centro il Cristo entro
losanghe e quadrilobi.
Nella cappella si conserva tuttora una grande Madonna con Bambino e Angeli di Giovanni Pisano
scolpita nello stesso periodo, che rappresenta un altro capolavoro. La cappella,
acquisita dalla municipalità di Padova nel 1880 e periodicamente restaurata, era
originariamente collegata attraverso un ingresso laterale al palazzo della
famiglia Scrovegni (oggi non più esistente), che fu fatto erigere seguendo il
tracciato ellittico dei resti della vicina arena romana che oggi costituisce il
giardino antistante l'edificio.
L'esterno della cappella si presenta come una
costruzione - più volte modificata nel corso dei secoli - con mattoni a vista e
tetto a due falde.
Il carattere di ex voto della cappella è chiarificato
nel Giudizio Universale dalla rappresentazione del committente, che offre agli
angeli un modello preciso dell'edificio, come lasciapassare per il Regno dei
Cieli.
Giotto calcolò con grande precisione il punto di vista ideale al
centro dell'oratorio e disegnò l'intelaiatura tra i pannelli in modo da sembrare
un finto basamento in marmo e logge sovrapposte.
Valutò la fonte di luce e la
accordò con la luce nelle scene. Uno sfoggio di virtuosismo illusionistico è la
presenza dei cosiddetti coretti, due finte stanze che si aprono all'altezza del
primo registro accanto al coro vero, che lasciano intravedere delle volte a
crociera in prospettiva.
Rispetto alle Storie di San Francesco, si assiste a un maggiore
affinamento dei mezzi espressivi, ad una più forte padronanza della composizione
per gli effetti narrativi, dei gesti, della cromia in generale.
I preziosi
pigmenti che da tutto il Mediterraneo arrivavano a Venezia
furono sicuramente approvvigionati per il lavoro del maestro a Padova: rosa,
gialli, arancioni e il costosissimo blu oltremare, che dà un tono intenso agli
sfondi dei cieli.
Le figure hanno un volume ancora più reale che ad Assisi, avvolte da ampi mantelli attraverso cui si capisce
la modellazione dei corpi sottostanti.
Anche le architetture di sfondo, una
delle caratteristiche più evidenti di Giotto, non presentano più incertezze e
concessioni allo sfondo irreale.
Sono chiare e reali, proporzionate con le
figure che interagiscono con esse. Per esempio nella Presentazione della Vergine
al tempio vi sono più forme combinate che creano un notevole gioco di vuoti e
pieni, con zone aperte in piena luce e recessi coperti in una fitta
ombra.
Anche la Cacciata dei mercanti dal tempio presenta una costruzione
tridimensionale (eloquente è il gesto minaccioso del Cristo infuriato che alza
il pugno), oppure nella scena delle Nozze di Cana.
Nel celeberrimo Compianto
sul Cristo morto i personaggi hanno espressioni di vero dolore e i loro gesti
amplificano con realismo la drammaticità della scena. La composizione qui è
molto raffinata, con un gioco di linee oblique parallele che indirizzano lo
sguardo dello spettatore inequivocabilmente verso il nodo della scena, dove
Maria abbraccia con incredula disperazione le spalle e le braccia del figlio
morto.
Le pose dei personaggi sono quanto mai varie: San Giovanni di profilo
con le braccia spalancate in una costernata sorpresa, la donna con le mani sotto
al mento, la misteriosa figura di spalle in primo piano a sinistra.
Alcuni
hanno notato come le pose patetiche del Compianto siano derivate probabilmente
da un sarcofago antico a Padova, il Sarcofago di Melagro, ma comunque Giotto ha
dimostrato un pieno dominio nella pittura per l'espressione di valori
universali.
Anche in altre scene Giotto usa figure di spalle, per dare
alle scene ritmo e l'effetto di quotidiana casualità nella quale lo spettatore
possa riconoscere il proprio mondo. Nella famosa scena dell'Incontro fra
Gioacchino e Anna rappresentò con gesti teneri il primo bacio dell'arte italiana
(e ultimo per tutto il Trecento).
Dietro di loro un'emblematica figura
coperta da un mantello nero mostra soltanto metà del suo volto, mentre a
sinistra un pastore sta arrivando: colto durante il movimento è raffigurato solo
per metà nella scena.
Un altro straordinario momento è quello della
Cattura di Cristo, dove un gioco di linee simili a quelle del Compianto, fa
convergere lo sguardo al serratissimo incrocio faccia a faccia tra Cristo e
Giuda.
Sul fondale dei soldati agitano aste e fiaccole: innanzi i
protagonisti fra cui il sommo sacerdote il quale ha ordinato la cattura di Gesù
e Giuda che dandogli un bacio lo indica ai soldati.
Si nota allora San Pietro che taglia l'orecchio al servo del
sacerdote ed un altro personaggio che gli tira un lembo della veste.
Nel
1305, quando i lavori per la Cappella degli Scrovegni stavano per
concludersi, gli Eremitani, che vivevano in un convento li vicino, protestarono
con veemenza perché la costruzione della Cappella, andando oltre gli accordi
presi, si stava trasformando da oratorio in una vera e propria chiesa con
campanile e forme ritenute, all'epoca, eccessivamente visibili.
Non risulta
noto come la vicenda si sia conclusa.
L'attuale campanile, vicino alla
Cappella degli Scrovegni, è diverso da quello Nell'Adorazione dei Magi: Giotto
ha raffigurato la cometa di Halley che aveva osservato al suo passaggio nel
1301, usandola come modello per la stella di Betlemme.
L
a cometa di Halley passò nel 12 a.C. ed è generalmente
accettato che la Stella di Betlemme fosse un eccezionale allineamento fra Giove
e Saturno, Giotto non poteva comunque saperlo perché tale allineamento è stato
calcolato per la prima volta da Keplero nel 1604.
Tuttavia, a parziale
conferma sul suo interesse per l'astronomia, ci sono alcuni studi effettuati
sulla Cappella degli Scrovegni che presenta moltissimi allineamenti
astronomici.
Giotto realizzò un particolare dedicato alla Madonna in una
posizione anomala (non simmetrica rispetto alle pitture circostanti) proprio
sotto la riproduzione in miniatura della stessa Cappella.
Nel giorno
dell'Annunciazione infatti, un raggio di sole penetra da una fessura praticata
ad una finestra creando effetti di luce straordinari. Alcune strisce di luce
colpiscono la Madonna e salgono sulla miniatura della Cappella.
Parte dell'articolo e le immagini sono integralmente tratti da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
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Una leggenda narra che Padova fu fondata da
Antenore, in fuga da Troia in fiamme.
condizionata
ispirata da Giotto A cui è affidata la decorazione della Cappella degli
Scrovegni. Nel 1405 una rivolta popolare consegna la città a Venezia, ma
Padova conserva il primato artistico con Andrea Mantegna e Donatello.
Nel 1545 nasce in città l'Orto Botanico più antico d'Europa. Sul finire
del secolo l'università vive la stagione di Galileo Galilei, viene
edificato il Teatro Anatomico.