Itri
1. La Città
Itri
è un comune di 9.485 abitanti della provincia di Latina. Si trova lungo
il percorso della via Appia, tra Fondi e Formia, in corrispondenza di un passo
dei monti Aurunci (passo di San Donato). Il territorio comunale arriva fino al
mare, in corrispondenza di Punta Cetarola.
Il sito ebbe una
frequentazione in epoca preistorica: sono stati rinvenuti resti di
epoca neolitica (strumenti in pietra e in ossidiana) e dell'età del bronzo
(Valle Oliva, II millennio a.C.). Fece parte del territorio degli Aurunci,
conquistato quindi dai Romani, che vi realizzarono la via Appia nel 312 a.C.. Il
sito non divenne tuttavia un centro abitato, anche se è probabile la presenza di
una stazione di posta. Il nome del paese deriva probabilmente dal termine latino
iter ("via, cammino").
Un antico tracciato viario, di cui si sono ritrovati
resti di basolato nella località Calvi, collegava il luogo all'attuale Sperlonga. La presenza di un serpente sullo stemma cittadino
ha dato origine alla leggenda, priva di riscontri archeologici, che la
fondazione della città fosse derivata dagli abitanti della città di Amyclae,
sulla costa (ricordata dalle fonti, ma non identificata), fuggiti nell'interno
per un'invasione di serpenti. Secondo tale leggenda il nome della città
deriverebbe dalla figura mitologica dell'Idra di Lerna.
Le prime
notizie di Itri risalgono al 914 (in un atto di vendita è citato uno
"Stefano, itrano"). Tra il IX e l'XI secolo sorse il Castello su un'altura che
dominava il passaggio della via Appia.
Itri fece parte del ducato
di Gaeta e passò quindi sotto i Dell'Aquila, signori di Fondi e quindi
ai Caetani. Appartenne sempre alla diocesi di Gaeta. L'abitato sorse prima
intorno al castello (città alta) e si espanse solo in seguito lungo la via Appia
(città bassa).
I due nuclei sono separati dal torrente Pontone (o Rio Torto).
Un altro nucleo abitato era sorto nella zona di Campello, abbandonato nella
seconda metà del XV secolo. Fino all'unità d'Italia Itri appartenne quindi al
Regno di Napoli (poi Regno delle Due Sicilie e fece parte della provincia di
Terra di Lavoro. Vi nacque nel 1771 Fra' Diavolo (Michele Pezza), che fu prima
fuorilegge e quindi colonnello dell'esercito borbonico di Ferdinando IV, in
lotta contro l'occupazione dei Francesi, che lo presero e impiccarono a Napoli
nel 1806. Storicamente parte dell'antica provincia di Terra di Lavoro in
Campania, nel Regno d'Italia fece inizialmente parte della provincia di Caserta,
passò nel 1927 alla provincia di Roma, e successivamente alla nuova provincia di Latina
(Littoria), nel Lazio, nel 1934.
Nel 1911 erano presenti nel
comune cinquecento di circa mille emigranti sardi arrivati per lavorare
al V lotto della Direttissima Roma-Napoli.
Nel contesto nazionale erano già presenti
elementi di razzismo contro i sardi, chiamati sardegnoli, che non scomparvero
fino alle imprese della Brigata Sassari nella Prima guerra mondiale.
Gli
emigranti ricevevano un salario inferiore rispetto agli altri lavoratori, ma si
rifiutarono di pagare ogni tangente alla camorra, allora infiltratasi
nell'appalto, e per tutelarsi cercarono di costituire una lega di autodifesa
operaria.
Il 12 e 13 luglio, a seguito di futili pretesti, avvengono due
imboscate a cui partecipano gli stessi notabili del paese, nell'indifferenza
delle forze dell'ordine. Si contarono, non senza difficoltà e intralci, 8
vittime e 60 feriti, tutti sardi, mentre dalla Corte d'Assise di Napoli
trentatré imputati furono assolti dai giurati popolari e nove condannati in
contumacia, a trenta anni di carcere.
Fonti locali parlano di una
ribellione contro i sardi da parte della popolazione "stanca di
sopportare violazioni e prepotenze [...] soprusi d’ogni genere", di come "i
sardi si trovavano nella condizione psicologica dei conquistatori [...] in
questo centro-sud da poco conquistato dal loro Re" e "gli itrani non trovarono
alcuna difesa nello Stato Sabaudo mentre ai sardi fu accordata una sorta di
tacito salvacondotto tanto da portare all'esasperazione la società itrana non
nuova ad atti di resistenza violenta." Durante la seconda guerra mondiale, nel
maggio del 1944, i bombardamenti distrussero il paese e i suoi monumenti al
75%.
Il
Castello si articola intorno ad una torre quadrata con piccola cinta
merlata (attribuita al duca di Gaeta Docibile I nell'882). Il nipote di
Docibile, Marino I, collegò quindi ad una seconda torre poligonale. Una terza
torre cilindrica, collegata da un muro con cammino di ronda, sorge più in basso,
direttamente sopra la via Appia.
Quest'ultima torre è detta "del
coccodrillo", in quanto secondo la leggenda nel fossato si trovava uno di questi
animali, al quale venivano dati in pasto i condannati a morte. Una terza cinta
di mura completò il complesso intorno alla metà del XIII secolo.
Danneggiato
dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, acquistato dalla provincia
di Latina nel 1979, ceduto al comune e restaurato a partire dal 1992, il
Castello di Itri avrebbe dovuto ospitare dal 2003 il "Museo del brigantaggio",
suddiviso in tre sezioni ("Ragioni della storia", "Ragioni del mito" e "Ragioni
del luogo"). Durante i lavori di restauro, in seguito ad una richiesta di fondi,
aventi come mittente la Comunità Europea e come destinatario il comune stesso,
il sindaco e la giunta itrana hanno ritenuto opportuna la collocazione di
suddetto museo in una diversa zona del paese, località Madonna delle
Grazie.
La chiesa di San Michele Arcangelo, nella parte alta,
risale all'XI secolo. A tre navate l'edificio è in stile
arabo-normanno. La facciata è dominata dal campanile quadrato, , ornato da
piatti in maiolica colorati. Si articola in quattro piani, dal portale di
accesso alla chiesa, a due bifore e una trifora, con coronamento a
cuspide.
La chiesa di Santa Maria Maggiore, fu distrutta dai bombardamenti
del 1944, ad eccezione del campanile duecentesco, recentemente restaurato.
In
origine fuori dall'abitato (presso San Martino in Pagnano), il monastero
benedettino di San Martino, fu ricostruito all'interno delle mura. Distrutto
quindi anch'esso dai bombardamenti del 1944, è stato quindi ricostruito. Nella
città bassa si trovano le fondazioni del conte di Fondi Onorato I Caetani: il
convento di San Francesco (1324) e la chiesa della Vergine
Annunziata (probabilmente 1363), ricostruita dopo i bombardamenti e oggi
intitolata a Santa Maria Maggiore. In origine su una collina fuori dal paese, ma
ormai raggiunta dall'espansione dell'abitato, si trova la chiesa di Santa Maria
di Loreto, con annesso convento dei Cappuccini (dal
1574).
E' stato rimesso in luce e valorizzato un tratto
dell'antico percorso della via Appia, nella gola di Sant'Andrea, in
direzione di Fondi. Qui, sui ruderi di una villa romana di età repubblicana (I
secolo a.C.), sorgeva un forte che fu utilizzato da Fra' Diavolo nella difesa
contro i Francesi nel 1798.
L'attività principale è quella
agricola, celebre la produzione dell'oliva di Gaeta, con produzione di
olive in salamoia e di olio con spremitura a freddo.
2. Santuario della Madonna della Civita
Il
Santuario della Madonna della Civita è situato sul monte Fusco nella
catena dei monti Aurunci.Il culto legato alla Santa Vergine sembra risalire ad un'immagine ritrovata da un pastorello su un leccio nell'VIII sec.
Molti i pellegrini che arrivano a piedi da diversi paesi: da Cellole (Caserta) a 42 Km, da Pontecorvo (Frosinone) a 37 Km.
Il Pellegrinaggio più noto è quello che parte dall'abitato di Itri, ogni mattina di sette sabati antecedenti la festa della Madonna della Civita, il 21 luglio che ricorda una delle più famose grazie: quella del 21 luglio 1527, quando la Vergine dalla Civita liberò dalla peste tutti gli abitanti dei paesi circostanti. Numerossissimi gli ex voto custoditi all'interno del Santuario.
Il panorama dallo spiazzale del Santuario è notevolissimo: sono riconoscibili le più importanti Vette del settore occidentale degli aurunci: M. Trina, Faggeto, Le Pezze, Le Vele, Ruazzo, Orso, Le Rave Fosche, M Cefalo e Carbonaro ed in lontanaza M.Oralando ed il Circeo.
Dal 1985 il Santuario è affidato ai padri Passionisti.
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